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Mentre arrivo con la macchina davanti alla palazzina, ho i finestrini aperti per la gran calura. Oggi picchia forte e quindi non si può fare a meno di far circolare aria.
Butto un occhio ai posti liberi per parcheggiare e subito noto Marco e Giulio (nomi di fantasia) che, aggrappati alla ringhiera dalla parte interna del giardino, si arrampicano per sembrare più alti e guardare meglio fuori.
Uno dei due lancia subito il grido: “E’ Eugenio!” e quell’acutissima capacità di osservazione mi colpisce. Perché?

Ma perché ho fatto visita solo un’altra volta a quella casa di accoglienza per minori in difficoltà, il mattino di quello stesso giorno, passando non più di 10 minuti a tirar calci a un pallone in giardino con i due eroi intanto che aspettavo chi di dovere.
Mi colpisce quindi la loro capacità di riconoscermi al volo e soprattutto di ricordarsi del mio nome.
Ma questo non basta. Mi corrono incontro appena sceso dalla macchina e mi chiedono quanto resterò e quando tornerò ancora.
Ma come fanno e soprattutto, quanta voglia devono avere di entrare in contatto, nonostante quel sole a picco di inizio estate, per ricordarsi così bene di uno sconosciuto?

La mente mi corre invece ai bambini dimenticati in auto sotto quello stesso sole. Mi corre a pensare quanto noi adulti siamo diversi nei nostri elaborati schemi di pensiero, per dimenticarci a volte: non solo i nomi, ma proprio le persone intere la dove non dovrebbero essere.
Ecco quindi che la cronaca ci porta ad episodi dolorosissimi come quello d qualche giorno fa, solo ultimo in ordine cronologico, di un’altra lunga schiera.

Mi domando allora chi siamo davvero noi adulti se “dimentichiamo” dei bambini in una struttura di accoglienza o se, peggio ancora, li dimentichiamo in un’auto, al sole, fino all’asfissia.
Siamo forse mostri? Siamo forse cattivi?
Non credo proprio ed anzi penso che nemmeno per un istante vorrei provare il dolore e lo strazio di quella madre e di quella famiglia. Però penso anche che siamo davvero troppo ma troppo assorti solo nei nostri pensieri, progetti, interessi al punto da dimenticare tutto ciò che si frappone tra noi e loro: siano anche i nostri bambini.

Non è necessario essere genitori biologici per interrogarsi sulla nostra distrazione e il nostro egoismo. Bisogna piuttosto prendere atto che quella madre, quel figlio, siamo noi e che quelle vite sono le nostre vite. Identiche, le loro, alle vite che tutti quanti noi conduciamo, fatte da ritmi e modalità che ci portano fuori strada e ci inducono all’errore.

Nessuna giustificazione no, nessun “volemose bene” per un episodio così grave e triste in cui un piccolo di pochi mesi resta vittima del caldo e della distrazione. Ma l’errore è lì, dietro l’angolo quando la vita è così complicata come quella che noi ogni giorno scegliamo di creare: coi nostri ritmi, le nostre priorità e i nostri mille incastri da sudoku.

Chi siamo quindi e quanto sono più attenti loro, i bambini, di noi?
E così la loro presenza ci interroga, ci induce a porci domande. Sempre che ce le vogliamo porre però. Sempre che ci lasciamo interrogare.

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