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Benché le statistiche riportino che: “Solo i nativi digitali (15-24 anni) hanno competenze nettamente al di sopra della media” rispetto all’utilizzo del personal computer, gli stessi report statistici dimostrano come nel nostro paese l’utilizzo delle tecnologie informatiche e di Internet, sia oramai largamente diffuso.

I dati parlano di un aumento delle famiglie che dispongono di un PC e di un accesso ad internet da casa, rispetto al 2012, che va dal 59,3% al 62,8% e dal 55,5% al 60,7%; e riferiscono anche che: “Nel 2013 oltre la metà delle persone con almeno 3 anni di età (il 54,3%) utilizza il PC e oltre la metà della popolazione di 6 anni e più (54,8%) naviga su internet.
Il rapporto ISTAT inoltre prosegue dicendo: “Tra i piccoli di 3-5 anni l’uso del PC registra degli incrementi maggiori passando dal 17,4% del 2012 al 23,3%”.

Come si legge nel rapporto ISTAT che ho citato, oramai si fa riferimento alla generazione dei nati tra il ’90 e il ’99 come a quella dei “nativi digitali”; ossia di coloro che, nati già con questo tipo di tecnologie a portata di mano, non mostrano alcuna difficoltà: non solo e non tanto nel loro utilizzo, ma ancor meno nell’adattare il proprio modo di pensare e di rapportarsi alla realtà, dando per scontata la presenza di queste nuove tecnologie.

Di fronte a questi dati appare davvero paradossale oggi continuare a fingere che l’uso delle tecnologie informatiche e soprattutto di internet, non siano fondamentali nella nostra società. Appare davvero antitetico rispetto alla situazione reale, insistere ad ignorare il valore di queste tecnologie e dell’alfabetizzazione specifica che occorre per utilizzarle; e in tutto ciò, appare quanto mai falso e goffamente conservatore, insistere negli effetti sicuramente negativi che ciò porterebbe addirittura nella vita delle nuove generazioni.

Quanto false ed insostenibili possano essere tali convinzioni del resto, è appunto la realtà stessa a dimostrarlo. Dove dal supermercato alla stazione ferroviaria è oramai presente un terminale (il più delle volte direttamente dotato di touch screen) con il quale avere informazioni sul prodotto in acquisto o fare operazioni necessarie al viaggio; e dove oramai il 7,6% delle imprese con almeno 10 addetti, propone l’acquisto dei propri prodotti e servizi on-line.

A ciò s’aggiunga che, quotidianamente, la gran parte di noi accede ad internet tramite il proprio smartphone: sia per l’utilizzo di uno o più social network (facebook, twitter, ecc), ma soprattutto per cercare e scaricare informazioni che gli sono utili: dalle previsioni meteo, al film in programmazione al cinema della propria città; dal ristorante o hotel dove fermarsi, fino all’indirizzo da raggiungere per andare a quel certo appuntamento.

Insomma la notizia è, per chi ancora non se ne fosse accorto che: LA TECNOLOGIA C’E’ e come ben dimostra l’egregio lavoro svolto da Giancarlo Orsini, formatore e conferenziere per un’istituto bancario nazionale, essa è tra noi e tutti ne siamo ben più interessati di quel che pensiamo!Non si può più fingere che non sia così e soprattutto, non si può più insistere che così non dovrebbe essere!

I nostri figli “nativi digitali” già oggi trovano la LIM (Lavagna Elettronica Multi-mediale) a scuola e domani troveranno i mezzi informatici nel loro luogo di lavoro: dove non potranno dire di non saperli utilizzare! In realtà anzi, questa è purtroppo una delle cause per cui già molte persone cosi dette “immigrate digitali“, faticano a reinserirsi nel mondo del lavoro per via di questo gap. Non credo quindi convenga a nessuno insistere nel contrastare qualcosa che già esiste, ma vale piuttosto la pena di guardare in faccia la realtà e imparare a farne buon uso.

Credo infatti che, se non dobbiamo demonizzare l’uso delle tecnologie da parte delle nuove generazioni, come adulti siamo però anche chiamati a suggerirne e motivarne un utilizzo saggio e proficuo. Se i messaggi su WhatsApp permettono da un lato di mantenere i contatti con le crew (le comunità e i gruppo di cui si fa parte), va però incoraggiato un utilizzo sano della comunicazione; che sia fatto su notizie e informazioni reali da scambiarsi per lo più, piuttosto che un elemento di futilità e superficiale “Mi Piace” che non prevede alcun approfondimento.

Le emozioni del resto, quelle stesse che molti della nostra generazione ancora da adulti fanno fatica a comunicarsi, passano oggi anche per gli emoticon, le faccine onnipresenti in grado di sintetizzare bene lo stato d’animo di chi scrive. E ben poco hanno da dire i cultori del “vis a vis ad ogni costo” visto che, i ritmi e la complessità della vita moderna, ben pochi spazi lasciano purtroppo agli incontri di persona. Magari inframezzati da un thé che possa scaldare gli animi e soprattutto possibili perché i nostri contatti sono solo quelli della nostra città. Oggi per molti di noi non è più così e il tempo che rincorriamo non ci permetterebbe di raggiungere l’amico che abita a qualche decina di chilometri distante, se non fosse per il social di turno, il provvidenziale sms o la chat con cui completiamo la giornata.

Non possiamo arroccarci su frontiere ormai indifendibili. Impariamo piuttosto a guidare i nostri figli nell’uso sano delle tecnologie: per lo studio, l’informazione, l’ampliamento del pensiero e della democrazia. Impariamo a mostrare loro le nuove opportunità che la rete offre alle possibilità di un lavoro che non sarà mai più come quello che era. Insegniamo loro a non abusare degli strumenti ma a tenerli al servizio dello sviluppo del genere umano.

Ma, temo: per fare questo così bene dovremmo anzitutto imparare noi ad usare e a non demonizzare la tecnologia solo per le nostre paure e incompetenze.

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