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Mi chiedo se ci sia speranza per Manuela in questo tipo di mondo. Se lei possa davvero riuscire a recuperare la fiducia in sé, vivendo dall’interno la nostra società organizzata: tecnicista, efficientista e solo apparentemente, strafighissima!!! Avvolta dalle sue curve e dai suoi chili di troppo, ossessionata dalle sue insicurezze e dall’idea di non essere mai “abbastanza“, potrà farcela questa giovane donna, moglie e madre a recuperare la credibilità in sé stessa?

Me lo chiedo mentre la osservo quando mi parla e mentre i miei pensieri corrono a questa realtà fatta di cliché da onorare e di modelli cui assomigliare a tutti i costi. Nella quale siamo “ok” soltanto quando indossiamo, usiamo, parliamo e guardiamo le stesse cose. Nella realtà in cui sempre meno spazio viene lasciato alla diversità, salvo che questa non risulti abbastanza cool da fare a sua volta tendenza. Ma non tutti sappiamo essere Dolce e Gabbana!

In questo caos generalizzato, direi che la preoccupazione può diventare legittima quanto la patologia, e la patologia rappresenta in tal modo, sempre più chiaramente, lo spazio del rifugio! Un adattamento creativo alla realtà, con cui poter trovare infine (anche se ad ogni costo) il proprio spazio nel mondo e la propria identità dentro di sé.

I cardini del gioco di adattamento/disadattamento alla società appaiono ormai noti: il corpo, l’abbigliamento, le mode e le tendenze di ogni genere (locali, accessori, ecc.).

Nel corpo non c’è più libertà. Non siamo più liberi di riversare l’immagine da cui davvero sentiamo di volerci far rappresentare all’esterno. Avvertiamo invece l’obbligo di rendere simile questa immagine, a quella vista in centomila altre immagini: sulle riviste, nei film ed intorno a noi. Se non andiamo in palestra o non facciamo sport dunque, ci sentiamo in colpa. Se iniziamo a vedere i segni del tempo (capelli, rughette e quant’altro) dobbiamo correre ai ripari come se avessimo omesso di pagare l’assicurazione auto. Se il corpo ingrassa, non ci preoccupiamo tanto perché mettiamo a rischio la nostra salute, quanto piuttosto per la prova costume che incombe e puntuale ci obbliga ogni anno a preoccuparci per il nostro aspetto!

Non importano i costi, economici o di tempo, che servono per arrivare all’obiettivo. Ciò che conta è solo il risultato e pur di averlo qualcuno è anche disposto a mosse azzardate. Così assistiamo “sorpresi” alle storie d’abuso ed assunzione di sostanze di ogni genere, variamente immesse nell’organismo, al solo scopo di mantenere efficiente e piacevole l’immagine corporea. O peggio ascoltiamo cronache di prostituzione sempre più precoce, per reperire le risorse utili da investire nello scopo.

Gli adolescenti che si siedono sul divano del mio studio, sono sempre più simili ai calciatori del momento o alle modelle che sfilano sulle riviste. I loro abiti, le loro scarpe, i loro accessori accessori e il loro taglio di capelli, non sono mai casual nel senso di casuali, ma sottilmente e attentamente studiati: imitati.

La realtà che vivono appare fortemente mistificata piuttosto che mitizzata e quando a questo scopo non basta più il solo aspetto esteriore, eccoli ricorrere alla menzogna. Le madri e i padri giungono inorriditi dalle “finte realtà” che scoprono raccontate dai figli: “Signora ma è vero che suo figlio va due volte a settimana a Bergamo per giocare con la primavera dell’Atalanta?”, è una delle recenti “verità” che una madre s’è sentita riferire da un professore un tantino preoccupato per il futuro scolastico dell’alunno. Importante però è apparire e quindi… sotto con la fantasia!

L’abbigliamento è il secondo cardine sul quale si muove il ponte levatoio dell’accettazione di sé: dell’essere dentro o fuori dal castello dei più e del sentirsi accettati e del venire effettivamente accolti nella community degli altri. Se non sei in linea con l’età e le più “adeguate” tendenze, come si dice: “Sei fuori”. O ci sei o non ci sei insomma (laddove il verbo essere sembra ampiamente stravolto nel suo significato; ma questa è una delle ricchezze semantiche della lingua italiana dove le parole possono aver svariati sensi).

Ma chi decide quali debbano essere le adeguatezza relative ad ogni momento della vita? Chi sceglie per noi, rendendo prevalente un modello piuttosto che un altro?

E’ la quantità che fa la scelta. Il numero di persone che agiscono e si comportano in quello specifico modo, scelgono qualcosa ed escludono qualcos’altro. I “più” determinano una massa critica che poi influenza tutti gli altri. E allora direi, riappropriamoci a nostra volta della criticità e torniamo a criticare appunto. Rimettiamo l’accento sull’Io che non è solo il frutto del noi, ma anzitutto di una personale biografia esperienziale che ci ha guidati sin qui in modo unico! Torniamo a fare attenzione e a notare quanti stimoli fasulli e costruiti ad hoc, ci vengono proposti unicamente per orientare il mercato ed i nostri consumi; raggiungendo così l’effetto di condizionare la nostra volontà e la libera espressione di ognuno di noi, ponendoci nello stato d’animo di sentirci inadatti, datati, inadeguati, ecc. ecc. se non rientriamo in quei modelli standard (vedi Una moda per ogni età).

L’adolescente medio, soprattutto se di sesso femminile, trascorre davanti allo specchio un tempo rilevante nella sua giornata e ciò, oltre a favorire l’individuazione di sé per il normale passaggio dall’infanzia all’età adulta, rappresenta anche una ricerca strenua dell’adeguatezza. Attraverso l’immagine infatti l’adolescente, ma non più solo lui oramai, gioca la sua accettazione nel mondo, caricando questa sfera di un’emotività che tracima nell’ansia quando, a sostenere l’immagine, non sottostà un’impalcatura solida e non mascherata dai colori di moda.

Infine le tendenze, che sono quelle maggioranze create soltanto dalla quantità di individui che adottano un certo tipo di comportamento. Influenzate da opinion leader qualificati nello specifico settore (molto spesso, più che critici indipendenti, figure ampiamente compromesse con la filiera produttiva di quell’elemento) e poi messe concretamente in scena da campioni influenti sulla popolazione, che pian piano giungono a coinvolgere frotte di persone. Dal telefonino (ops scusate, adesso di potrebbe dire solo smartphone) di ultima generazione, sino al locale che fa tendenza. In ogni settore si tende verso un’unica e prevalente direzione e se anche tu non vai da quella parte…. che ne è di te? Chi sei in realtà? Con chi ti puoi confrontare e su cosa?

Per tutto ciò mi chiedo se ci sia speranza per Manuela, rappresentante emerita di coloro (e sono molti) che non riescono a stare al passo con i tempi: non per stupidità ma per diversità. Sono diversi perché hanno interessi diversi e passioni differenti. Spesso sono più delicati e sensibili di tanti altri individui; certamente più critici e meno disposti ad adeguarsi silenziosamente. Altre volte sono semplicemente persone più in difficoltà nel realizzare nel concreto certi modelli che non gli appartengono o (diciamoci anche questa verità) che sono davvero troppo costosi per alcune tasche.

A Manuela va il mio pensiero e spero che, sempre più, a lei ed ai suoi simili andrà il rispetto del nostro mondo. Un mondo nel quale, fino a qualche anno fa, ogni giorno: due giovani si toglievano la vita e almeno 10 provavano a farlo!

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