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In un recente convegno organizzato a Torino sono stati diffusi dati a mio avviso allarmanti, sulla situazione degli adolescenti nel nostro paese.

I relatori hanno riferito che, secondo i numeri a disposizione del reparto di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Regina Margherita, nel capoluogo piemontese gli adolescenti interessati da psicopatologie rappresentano il 7% della popolazione con un trend in aumento che potrebbe arrivare al 12%.

Dal gennaio 2013 ad oggi, sarebbero stati ricoverati 90 ragazzi di età compresa tra i 12 e i 15 anni e, nei soli primi mesi del 2014, sarebbero già stati fatti oltre trenta ricoveri a testimoniare un inasprirsi della situazione di disagio legata alla porzione giovane della nostra società.

Molto rilevante in particolare, risulterebbe l’osservazione in base a cui questi ricoveri verrebbero effettuati tutti: “in urgenza in seguito a crolli nervosi, tentativi di suicidio o episodi di autolesionismo.

Leggendo questo articolo, viene spontaneo chiedersi: in che mondo viviamo? Dov’è quest’universo così complesso e creatore di disagio e dove sono questi adolescenti che soffrono? E’ mai possibile che non ci accorgiamo di averli intorno e non ci rendiamo conto di quanto malessere generiamo con il nostro stile di vita?

Gli esperti e i relatori che hanno preso parte all’incontro di Torino da cui partono le mie riflessioni, attribuiscono la responsabilità (com’è giusto che sia) al mondo degli adulti. Ad un contesto di relazioni inconsistenti e anaffettive che, dai rapporti “adulto/adulto” si riversa inevitabilmente su quelli “adulto/adolescente”, comunicando ai minori impegnati a crescere, un’incertezza che rende difficile se non impossibile, sentirsi sicuri per andare avanti.

Gli adolescenti, che dalla loro fase evolutiva sarebbero chiamati per definizione a strutturare un’identità più solida per accedere al mondo dei “grandi”, non si sentono attrezzati a sufficienza per il loro compito. Il loro “Sé” (come amiamo chiamarlo noi psicologi) resta fragile; la loro Identità non completa il proprio sviluppo. Le loro insicurezze crescono in modo esponenziale e a tal punto che, nel momento in cui fisiologicamente (il corpo) e relazionalmente (la vita), li chiamano a nuove prestazioni…. vanno in crisi e crollano!

Ecco allora gli episodi di autolesionismo, i crolli nervosi e i tentativi di suicidio a cui si riferiscono i medici di Torino, ma che possiamo purtroppo anche rintracciare nelle cronache dei nostri giornali locali quasi settimanalmente; insieme a suicidi veri e propri portati a termine e purtroppo, non più modificabili a posteriori.

Normalmente, ciò che gli adulti si attendono dal così detto “mondo giovanile”, è che riesca a modificare la società civile che ha ricevuto in eredità (si spererebbe addirittura in meglio!). Ci si aspetta che i ragazzi sappiano portare avanti quell’idea di “evoluzione intergenerazionale” che da sempre siamo abituati istintivamente a credere che sia vera. I giovani “migliorano”, nell’immaginario collettivo, ciò che gli adulti (prima o poi anziani) hanno portato fino ad un certo punto di sviluppo. I giovani cambiano le cose che ereditano per farne di nuove ma, nella realtà: come si può pretendere che ne siano capaci, se noi adulti proponiamo loro il parametro dell’insicurezza e la dimensione della superficialità?

I ragazzi ci osservano, mi verrebbe da dire come esortazione ad accorgersene. Ma soprattutto i ragazzi iniziano a farlo molto presto! Oggi, con il progresso collettivo che il nostro mondo esprime a più livelli (comunicazioni, relazioni, interessi, ecc.) l’adolescenza non è più solo una dimensione che si è “prolungata oltre” la sua durata storica (18 anni?) per le incertezze giovanili ad entrare nell’universo adulto. L’adolescenza è soprattutto un periodo della vita che vediamo sempre più anticipato nei nostri ragazzi; capaci “sempre prima” di cogliere sfumature ed agire comportamenti, rispetto a quando lo diventavano le nostre generazioni.

Le statistiche riferiscono oramai di primi rapporti sessuali consumati a 13 anni. La pratica quotidiana di molte famiglie, suggerisce che i ragazzi restano soli a casa per diverse ore, spesso già dalle scuole elementari, in compagnia di Cellulare e tablet. La semplice osservazione empirica infine, mostra come gli adulti siano latitanti nella loro funzione educativa, s’è vero come lo è che basta andare al cinema la domenica per trovare, alla visione di un film con contenuti impegnativi, tutta la famiglia riunita. Almeno un tempo, il “vietato ai minori di anni xy” veniva fatto rispettare dalla cassiera che non ti staccava proprio il biglietto: oggi invece è tuo padre o tua madre ad andare alla cassa per te!

Come si legge nell’articolo citato ma come anche la pratica clinica ci conferma, noi adulti proponiamo ai ragazzi una relazione frammentata e incerta. Alla quale manca un livello emotivo profondo, in grado di legare affettivamente l’adolescente a noi come “punti di riferimento”. I ragazzi quindi non compiono una vera evoluzione in cui individuano profondamente sé stessi, ma piuttosto si staccano da noi, mi verrebbe da dire, per disperazione. In un moto istintivo di crescita che però, sempre più spesso, presenta dei buchi che non verranno colmati: né dalla relazione tra pari, né tanto meno dalle esperienze degli anni a venire, non più adeguate a soddisfare necessità primarie.

Insomma noi, adulti, davanti alla loro crisi, dobbiamo interrogarci e riflettere. Che modelli e che valori proponiamo? Cosa facciamo vedere? Che tempo dedichiamo al rapporto e come lo spendiamo?

Se iniziamo a porci queste domande siamo già a un buon punto della nostra opera perché, pur non avendo la certezza di dare risposte “esatte”, cominciamo però un’attiva interrogazione personale che mette in dubbio la nostra indifferenza. E già questo ci tiene più in ascolto. E già questa è una risposta di attenzione.

 

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