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Nella mia esperienza professionale mi è capitato diverse volte oramai, di seguire persone che hanno perso il proprio coniuge. In particolare poi, alcune volte, ho vissuto e sto vivendo la situazione di donne che hanno perso il proprio marito dopo aver affrontato insieme a lui un prolungato periodo di malattia fisica o psichica.

Si è trattato di situazioni nelle quali la malattia si è protratta davvero per molto tempo, a volte per la durata di diversi anni, che hanno davvero provato sia la relazione di coppia, che il partner poi sopravvissuto, che si è trovato nella condizione di assistente.

Immaginare cosa possa aver provato una donna che ha affrontato questo tipo di condizione, forse pensiamo di poterlo fare tutti. Al contrario invece penso che davvero non sia una condizione immaginabile. Non credo che si possa entrare nei vissuti frustranti, nelle attese infinite, nelle speranze perse e tradite dal tempo e dai fatti. Non credo (e direi “per fortuna”) che nessuno che non attraversa una condizione simile a quella di avere accanto un partner che la vita ha reso fragile, possa davvero sentire in profondità quant’è grande la delusione che la vita può riservare. Quanto è grande il vuoto che si crea attorno e dentro di sé e quanto può diventare enorme l’impotenza che si prova, dopo che la perdita è avvenuta?

Il partner “sano” in questi casi, naturalmente dedica un impegno enorme allo scopo di alleviare, ma in modo più sottile, di “guarire e salvare” il proprio compagno affetto da qualche tipo di disagio o malattia. Lo sfinimento cui queste persone giungono fino al momento della perdita dell’altro è tale, che spesso i vissuti che mi sono stati riferiti erano un misto tra: la scomparsa di una parte di sé e il vuoto che invadeva la vita rimanente. Come se non si fosse più capaci di trovare un senso nei propri giorni a venire, tanto era grande l’abitudine di far ruotare la vita attorno a quell’unica ragione. 

Lavorando psicologicamente e terapeuticamente in queste situazioni, stando accanto da professionista e da persona a queste persone, ad un certo punto il processo di elaborazione conduce infallibilmente a un punto che risulta quasi destabilizzate per l’individuo. Il partner che resta in vita, rovistando nei suoi vissuti post mortem giunge a scoprire che ora, la sua esistenza risulta più vivibile e serena!

Il dolore provato prima e quello dopo la morte compiono una specie di alleanza e mostrano alla persona un presente di maggiore leggerezza, fatto di cose semplici ma quanto mai importanti dopo una prolungata malattia comune!

Ora, nell’assenza, ci si può permettere di “dimenticarsi” i farmaci. Ora non si ha più “il dovere” quasi ossessivo di sperare che l’altro stia meglio. Adesso, quando tutto sempre acquistare progressivamente un senso più ampio e più chiaro, quando la vita inizia a mostrare con più trasparenza i suoi veri obiettivi, si può anche stare tranquilli la sera, senza preoccuparsi di “come sarà domani“.

E’ strano da raccontare ma, ancora una volta, è ancor più strano da vivere. il viso della persona che scopre affacciarsi dentro di sé questo sentimento, è sorpreso e al tempo stesso impaurito. Si teme di perdere di nuovo qualcosa, come se la leggerezza potesse cancellare il ricordo, unico legame rimasto. E invece no, quando la liberazione sostituisce la colpa e la serenità il dolore, il ricordo acquista ancor più forza, tornando a tingersi di tutte le sfumature dell’arcobaleno.

La vita a quel punto non appare più un film d’essay, ma ricomincia ad essere un’esperienza da vivere ogni giorno. Ringrazio tutte le persone che me lo hanno insegnato.

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