In tanti, compreso me, pensavamo che fosse il poeta Pablo Neruda ad aver scritto la bellissima lirica dal titolo: “Lentamente Muore”; invece la poesia è a firma di Martha Medeiros, Brasiliana e di professione cronista.

Poco importa però in questo momento, ciò che conta è rileggerne i versi che recitano: “Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca o colore dei vestiti, chi non rischia, chi non parla a chi non conosce.

Lentamente muore chi evita una passione, chi vuole solo nero su bianco e i puntini sulle i piuttosto che un insieme di emozioni; emozioni che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbaglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti agli errori ed ai sentimenti!

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, chi rinuncia ad inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia e pace in sé stesso.

Lentamente muore chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare, chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli si chiede qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare!

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

 

Nella mia mente, questa poesia è sempre stato un richiamo a non fermarmi, a non accontentarmi; a proseguire nel tentativo costante e pervicace di costruire a dispetto di ogni stanchezza. Magari con delle piccole pause di riposo, non c’è dubbio, ma comunque senza mai rinunciare a proseguire: nonostante la noia, la fatica e soprattutto nonostante la possibile sensazione di dejà vù che può cogliere ogni essere umano durante la sua vita!

Con grande stupore invece, devo constatare di frequente di essere circondato dagli “Uomini Anguilla“. Sono persone come me, con le stesse mie fattezze. Del tutto simili e quindi confondibili ad ogni altro uomo o donna circolanti sul pianeta. Dotati non solo di braccia, gambe ed occhi normalissimi, ma anche di professioni e condizioni sociali tanto normali (quando non addirittura evolute) che porterebbero a confonderli con forme ben più sagge di umanità.

E mentre Umberto Eco domenica 1 marzo, dalle pagine dell’inserto culturale del Sole 24ore, esortava a riflettere sulla quotidianità della filosofia, come disciplina che riguarda tutti perché tutti siamo indotti o costretti prima o dopo a porci quesiti del tipo: “Da dove Vengo?” “Dove Vado?” “Perché mi sento individuo unico tra gli altri e perché invece dovrei sentirmi unito con tutta l’umanità? ecc.”. Ecco che gli “Uomini Anguilla” invece, persistono nel tentativo di organizzare il mondo a loro modo: senza porsi quesiti di alcun tipo e senza accettare il dubbio come motore per la vita, ma ostentando al contrario sicurezza e addirittura noia nei confronti di tutto ciò che già possono aver visto, saputo, conosciuto. Loro, gli “Anguilla”, non hanno più dubbi; non hanno più nulla da scoprire e di ogni cosa, ogni evento, ogni frase, credono già di sapere dove andrà a parare e come andrà a finire.

Persino in questo tempo di crisi, in cui ogni fonte di informazione richiama all’idea di un mondo in cambiamento, nel quale non funzionano più le regole che abbiamo ritenuto valide per molto tempo; in cui le logiche (clientelari ad esempio) non devono più essere considerate utili, pena il default della società civile. Persino in questa crisi che ha fatto saltare i principi dell’economia e del lavoro tradizionale, richiamando unicamente al maggiore impegno di ognuno per la costruzione del lavoro e non per la salvaguardia del “posticino”…. persino in quest’epoca insomma, gli “Anguilla” sopravvivono e ci riprovano a colonizzare la società.

Come possiamo difenderci? Come possiamo contrastare il loro costante tentativo di riprodursi e riprodurre il loro specifico approccio, avvelenando le nostre comunità con il fetido tanfo del: “niente può cambiare”?

Anzitutto, per contrastare qualcosa, bisogna conoscerlo. Ed ecco quindi alcuni tratti distintivi degli “Uomini Anguilla” che, secondo la mia esperienza, sono specie/specifici e possono quindi aiutare a riconoscere questi soggetti, così che possano essere poi trattati come meritano.

In primis direi che gli “Anguilla” si riconoscono perché non prendono parte alle discussioni e se proprio ci si trovano, non assumono alcuna posizione netta. Sono persone “buone per tutte le stagioni”, sono coloro a cui tutto sta sempre apparentemente bene, salvo poi prodursi nelle loro chiacchiere da retrobottega che tanto avvelenano ogni contesto organizzato in cui la relazione dovrebbe invece stare al primo posto.

In secondo luogo poi gli “Uomini Anguilla” spesso non parlano proprio. Se vi trovate ad esempio in una riunione, potete riconoscerli perché si limitano a fare di sì con la testa, senza però dire assolutamente nulla. Non parlano, non si esprimono ad estrema tutela anche solo del rischio che, da quelle loro parole, si possa mai individuare una qualche loro opinione personale. Naturalmente, come sopra, non parlano “lì”… non è che poi non parlano quando sono fuori. Sono gli affaristi delle cene e non delle riunioni; i lobbisti dell’aperitivo e del favore, non tanto persone mature che affrontano con maturità le questioni della vita.

Se proprio non sono d’accordo su qualcosa poi, e questo è il loro terzo tratto in genere, gli “Anguilla” pur dissentendo sull’argomento non lo contestano: e questo mi fa davvero impazzire! Ammiro la loro capacità d’incassare e buttar giù, direttamente proporzionale solo alla loro convinzione malata che le cose poi, si risolveranno con calma altrove; che quello a cui stanno seduti, non è il vero tavolo del confronto. Gli “Anguilla” sono lì, ma non ci sono mai veramente. La loro prospettiva è sempre al “dopo”, all’altrove. A quell’habitat nel quale sanno muoversi meglio e con grande abilità, evitando di entrare in confronto su qualsiasi terreno che possa essere aperto e trasparente.

Infine, ma questa è solo la mia esperienza, il post resta aperto ai vostri contributi, gli “Anguilla” borbottano. Non parlano chiaro ma borbottano, parlano sottovoce con il vicino di posto e se gli viene data la parola per permettergli di esprimere forte il loro pensiero, spesso rispondono: “No no niente, era una cosa tra noi”. Come se ancora fosse utile pensare a un “noi” e un “voi”. Come se andasse ancora bene farlo e non fossimo invece tutti una sola cosa: parte di un’unica umanità che deve crescere.

Insomma gli “Uomini Anguilla” a dispetto di tutti gli stravolgimenti mondiali a cui stiamo assistendo, ancora vivono e ci provano. A noi, al nostro senso civile e sociale innato, tentare di metterli sempre più in difficoltà e minoranza. Non per cattiveria, che quella non deve appartenerci, ma per amore dell’umanità e del mondo; per il bene del domani e di ciò che lasceremo ai nostri figli.

Altrimenti, come diceva qualcuno: “Sic transeat gloria mundi”.

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