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In questi giorni la nostra Nazione è stata olimpicamente scossa dall’imprevisto Schwazer. Campione olimpico a Pechino 2008, in una delle specialità più dure come la marcia 50 Km, ora trovato positivo al doping e quindi non ammesso alla gara di Londra 2012. Gli “sportivi” ultimamente ci hanno abituato a queste improvvisate: molti esempi ne sono venuti dal mondo del ciclismo e da altre specialità. Le sostanze dopanti aiutano la prestazione, la modificano, rendendola magari più efficiente di quello che sarebbe solo con le naturali forze dell’atleta.

Sui giornali in questi giorni, abbiamo potuto leggere ogni tipo di insulto nei confronti di Schwazer. Quasi feroce la violenza con cui i giornalisti ed i commentatori di ogni tipo, si sono scagliati sull’osso di questa notizia. Davvero nessuna pietà e davvero molto cinismo: ma del resto se non è così non è giornalismo… mi sembra!

A me però, hanno colpito particolarmente alcune delle parole  contenute nelle varie dichiarazioni di Schwazer. No entro nel merito della verità o falsità ma, davvero mi è parso di leggere toni e contenuti già sentiti. Lui dice che si iniettava l’EPO quando la sua compagna, altra campionessa di calibro mondiale, usciva di casa. Che si svegliava presto per l’iniezione, così da non incorrere nel controllo antidoping. Dice di essere felice d’essere stato scoperto, così può finire tutto.

Insomma mi pare proprio di sentire le dichiarazioni di un ragazzo alle prese con la droga, finalmente di fronte al percorso che lo può aiutare ad uscirne. Il discorso sport in questo caso, come quello doping o non doping, prestazione più o meno forte ecc., mi sembrano passare del tutto in secondo piano. Quello che mi sembra risaltare di più è la condizione psicologica della persona: evidentemente dipendente da qualcos’altro (nemmeno la sostanza, ché quella arriva sempre dopo), prima ancora che dopato.

Può colpire che un atleta, un campione, un mito della purezza archetipica, come Schwazer si cataloga nel nostro cervello discendendo direttamente dalle storie dell’antica Grecia; può colpire che lui fosse in questa condizione mentale ma è così. Era ed è una persona in difficoltà ed in difficoltà ben più grandi del Doping o dell’EPO. Drogarsi implica un pensiero differente: di sé, del mondo, delle relazioni, ecc.; questo sembra essere il problema di Schwazer, stando alle sue dichiarazioni. Importa poco poi se la causa fosse la voglia di mantenere una prestazione, la paura della sconfitta, la voglia di smettere di correre o le pressioni che riceveva dall’esterno e che non sapeva gestire. il problema era ed è un altro quindi questo va riconosciuto e questo va curato.

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