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Quando frequentavo ritiri Buddisti sulle alpi italo-francesci, ho ricevuto molti insegnanti rivelatori per la mia vita successiva, che mi hanno davvero fatto crescere. Tra questi l’idea della dignità di ogni essere vivente (o almeno così è come l’ho tradotto io).

Senza entrare infatti nella visione specificamente Buddista della rinascita, che come si sà in quell’ottica può avvenire di volta in volta in diverse forme di vita anche non necessariamente umane, in quelle esperienze ho appreso a rispettare di più TUTTI gli esseri viventi.

Un volta, nel corso di un ritiro, un praticante chiese al Lama: “Perché essere vegetariani” e questo rispose molto semplicemente che per comprenderlo sarebbe bastato guardare la reazione di una gallina mentre veniva uccisa o di una pianta d’insalata mentre veniva recisa. E’ vero infatti che, dalle più recenti acquisizioni energetiche, abbiamo appreso ad osservare anche i “filamenti” di energia che si prolungano dalla pianta alla foglia che ne viene tagliata ma… è pur vero che la sofferenza della gallina resta evidentemente ben più forte!

Da quel periodo, più o meno, feci la scelta di diventare vegetariano con la motivazione appunto di non recare sofferenza agli esseri viventi. Si badi bene però a questa motivazione: non recare sofferenza agli esseri viventi. Vi siete mai trovati a cena con un vegetariano, magari dopo averlo invitato a casa vostra? Ricordate l’imbarazzo di avergli preparato il vostro piatto migliore e di sentirvi dire: “Che c’è di contorno, perché io sono vegetariano!”.

Bene come dal rispetto per gli esseri viventi nasce la mia motivazione a non mangiare carne o pesce se posso evitarli, dallo stesso orientamento rispettoso per gli esseri viventi, nasce la motivazione ad accettare quello che mi viene messo nel piatto quando non guido io la partita. Che rispetto c’è infatti nel dire a qualcuno che si è prodigato per te che rifiuti il suo impegno per le tue idee? Che rispetto c’è nell’ostinarsi a non mangiare finché non trovi le “tue” pietanze adeguate, magari quando sei in viaggio o in gita, traendone poi un senso di fastidio che ti indispone con gli altri? Che rispetto c’è verso gli altri, nel porsi verso di loro come “diverso ad ogni costo”?

Credo che il rispetto, nel senso più ampio che possiamo riconoscere a questo concetto di “accogliere l’altro per ciò che è”, sia fatto molto anche dal non creare imbarazzo, difficoltà o addirittura fastidio. Quindi ecco dove sta la flessibilità di cui tutti si sorprendono quando, pur dicendo d’essere vegetariano, mi vedono mangiare altro. Ma del resto: non si può essere vegetariani al 90% e rispettosi del mondo al 100%?

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