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Nella casa in cui abito, fa parte della famiglia anche una piccola cagnetta meticcia di 7 anni. Come si sa, vivendo insieme, si strutturano delle abitudini e così, la sera, chiuse tutte le altre pratiche quotidiane e giusto prima di andare a dormire, questo membro del branco, si aspetta che io la accompagni fuori per il giretto di fine giornata. E lì, mentre lei controlla chi ha frequentato il suo territorio e provvede a ristabilire i confini per la notte, io la aspetto e… guardo il cielo.

Ieri sera era molto sereno, come in questo periodo è facile che sia, e grazie al poco inquinamento luminoso della mia zona, ho potuto ridare uno sguardo al “cielo stellato sopra di me”. Così mentre Minni (la cagnetta) faceva la sua escursione, io ho ripensato ad un’immagine che sono solito usare con i miei clienti per stimolare una diversa prospettavi sulla loro vita.

Quando ero bambino, nei miei giochi estivi mi piaceva seguire le file delle formiche che si affaccendavano attorno alle loro tane. Quando ne trovavo una, la seguivo per vedere dove arrivava e restavo sbalordito magari dalla lunghezza del percorso che quelle creature così piccole, riuscivano a disegnare: andando a prendere il cibo dove lo trovavano, per poi portarlo inevitabilmente dentro il loro buco.

C’era sempre, nel gruppo di amici, qualcuno che si divertiva a dare una pestata a quella colonna di lavoratrici, tutte intente a fare scorte e ignare di quanto, sopra di loro, la vita fosse diversa. Nella fantasia di bambino allora (che in verità, non mi ha ancora abbandonato del tutto), mi chiedevo “cosa potessero pensare” quelle creature che: mentre se ne stavano per i fatti loro, vedevano piombargli addosso qualcosa di così enorme come il piede pesante e mortifero del mio compagno di giochi. Mi dicevo che così piccole e da quella posizione, non potevano prevedere quell’evento “enorme” e mi incuriosivo provando ad…. immedesimarmi in loro!

Folle un po’, lo ammetto, ma davvero divertente. Diventando piccolo come una formica, le cose piccole acquisivano più importanza e tra queste: i sassi (anche quelli minuscoli), le foglie cadute, i fili d’erba e le righe nella polvere. Che ne sapevano le formiche degli alberi intorno, così grandi? Per loro, al massimo, sarebbero stati solo una nuova strada in salita da percorrere per qualche seme in più. Che ne potevano sapere poi dei palazzi intorno a quel quadrato verde in cui avevano fatto la casa? e che ne sapevano che quello era solo un piccolo quadrato verde tra il cemento, piuttosto che un campo di calcio o la foresta amazzonica? E allora, andando sempre più a crescere, figuriamoci che potevano saperne: delle montagne, dei boschi, di una pioggia e… delle stelle!

Così, ritornando ad essere un umano dalla formica in cui m’ero immedesimato, mi veniva naturale fare riflessioni simili anche rispetto a me stesso. Anche io, uomo, mi sentivo formica davanti al cosmo e mi accorgevo… di non avere percezione di ciò che poteva accadere nei “piani alti” dell’universo; di essere molto piccolo rispetto al “tutto” e di guardare le cose (inevitabilmente) solo dalla mia piccola e bassa prospettiva.

Da quelle fantasie infantili, ho mantenuto l’idea che la nostra prospettiva umana sia davvero limitata per consentirci di leggere ed interpretare esaustivamente gli eventi. Che pretendere di capire i fatti che si inanellano nella nostra esperienza di vita, solo partendo da uno sguardo così “basso” com’è quello dei nostri occhi, sia davvero arrogante. Cosa sappiamo di cosa sta accadendo attorno a noi? Di come la nostra energia interagisce e risente di quella degli altri e delle altre situazioni? Cosa sappiamo di quale possa essere la prospettiva che della nostra vita hanno gli Angeli, che ci stanno intorno e vedono il nostro agire in funzione dell’obiettivo della nostra esperienza terrena?

In fondo anche noi siamo come formiche: piccoli esseri che si affannano molto in basso sul terreno e ci dimentichiamo di non essere il centro del Cosmo. Pensiamo piuttosto di essere proprio noi, il fulcro attorno cui ruota tutto e così, restiamo sorpresi quando qualcosa “non gira per il verso giusto” (come si usa dire). Ma “giusto” per chi? Per noi che possiamo vedere le cose stando solo a circa 2 metri dal suolo?

Siamo proprio formiche e se cerchiamo di alzarci un po’ in volo, ci accorgiamo che la prospettiva muta e le cose acquistano un altro senso. Che le parole hanno meno valore e le comunicazioni sono ben più intense e continue. Che interagiamo molto di più del creduto e che possiamo farlo con molti meno vincoli di quanto crediamo. Ma siamo formiche, attaccate alla nostra bassezza rassicurante e così ci ostiniamo a raccogliere piccoli semi, quando potremmo avere in eredità l’Universo.

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