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Butto dentro il grande calderone tritainformazioni della rete e dei bloggers, questo pezzo tosto e non proprio semplice. Lo faccio, dopo lunga riflessione, per diversi motivi.

1° per il rispetto grande e l’ammirazione che ho verso la persona che me lo ha scritto, accettando di rendere scritta e pubblica questa sua esperienza.

2° perché credo che sia la dimostrazione di come, con un buona rete sociale intorno fatta di amici, relazioni ed interessi, si possa affrontare tutto. Non ci spegne se al mattino ci si alza per qualcosa quindi, se ancora non è ben chiaro per te, scegli la tua strada, cambiala quando vuoi, ma percorrila ogni giorno!

3°perché stimo moltissimo tutte le persone che mi leggono, che sono ben più di quelle che si potrebbero immaginare dai pochi commenti che si trovano in questo blog. La gente mi parla delle cose che scrivo quasi ogni giorno per mail, di persona, su FB quindi… questo scritto, che è davvero una cosa preziosa, lo dedico a tutti perché ognuno per sé e i propri bisogni, possa rinforzare la propria vitalità quotidiana.           Ciao.

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Per cinque anni è come se avessi aspettato ciò che poi è realmente avvenuto. E’ strano da capire anche per me, ma io me lo aspettavo. Sai quelle strane sensazioni che non ti abbandonano mai? Me lo aspettavo e in questi anni ho fatto di tutto affinché ciò non avvenisse: neanche dopo la prima volta che si era ammalato e che in un paio di mesi era tornato a stare bene. Beh, neanche allora ho abbassato la guardia. Poi quando tre anni fa la spirale lo ha di nuovo inghiottito sono diventata la sua “carceriera”. Controllavo ogni sua parola, ogni suo gesto, ogni suo sguardo. Non ho più avuto pace. Diceva cose strane, scriveva cose ancora più strane, camminava senza meta per ore ed io come potevo fermarlo?

I medici, si certo; lo psichiatra, dobbiamo andarci subito. Una cura mirata e tutto si risolve come l’altra volta! Non c’è più stata l’altra volta, non c’è più stato il lieto fine. Le medicine gli avevano rubato l’anima: era tranquillo si, ma non era più lui. Io rivolevo il mio Michele. Disperatamente volevo che tornasse a ridere, a scherzare, a essere ottimista come era sempre stato. Ma lui non c’era più, era partito per un viaggio senza ritorno e la mia disperazione gliela sbattevo in faccia ogni giorno, ogni attimo non gli davo tregua: io lo rivolevo! Volevo che si svegliasse dal torpore. Lui che per più di 20 anni mi aveva viziata in ogni modo, ora mi tradiva con i brutti pensieri che non lo abbandonavano mai.

Ho aperto la porta quel giorno di ottobre tornando dal lavoro e l’ho visto. Stavo per dirgli: “Ma che fai lì” ma poi ho realizzato. Non può essere lui, cosa dirò ai ragazzi. Dovevo chiamare aiuto e ho gridato nella campagna deserta, ma nessuno mi ha sentita. Allora gli ho detto: “Ti aiuto io, tranquillo” e non so come l’ho steso per terra e gli dicevo: “Forza apri gli occhi, dai”. Mi sembrava che fosse ancora vivo ma non era così. “Tranquillo, penso a tutto io”. Quante volte negli ultimi anni ho pronunciato queste parole per non farlo preoccupare. Ogni sciocchezza per lui era diventata un’enormità. Penso a tutto io… tu riposa in pace.

Questo vorrei dirgli oggi, ma dopo sei mesi sono ancora lacerata dal dolore che sembra sparire per poi tornare, prepotentemente più forte di prima. Non si muore di dolore, né di rabbia né di disperazione. Sono costretta a vivere per i nostri figli. Poi mi appare in sogno, mi saluta e sparisce.

Due giorni dopo era il decimo compleanno di nostro figlio e ho fatto la festa, con gli amichetti e tutto il resto. Dove era partito Michele c’erano appesi tanti palloncini colorati. La casa che due giorni prima era piena di lacrime e dolore, era invasa dalle grida festose dei bambini. E’ incredibile come un evento ti cambi la vita in un attimo. Come si fa a non soccombere sotto il peso di una cosa così grande? Come faccio ogni giorno ad alzarmi, vestirmi, truccarmi. Come faccio a fare le cose che facevo prima, con mezzo cuore che mi manca?

Non so come si fa, ma si può fare. Recitargli una preghiera o farmi il segno della croce al cimitero, questo no: non lo posso fare! Solo un bacio gli tiro e gli dico: “Non stavi meglio a casa con me che qui con tutti questi vecchi?”. Sono certa che si fa una risata. Rideva sempre lui, prima di ammalarsi, ed ora è guarito lo so! Una dolce nostalgia ha preso il posto del dolore lancinante che mi assaliva nel momento dei ricordi. La sua mancanza la sento in ogni attimo della mia vita, ma so che mi protegge e frena i miei errori.

La strada è ancora lunga ma, come mi dice un amico: “Ora è in discesa” e io voglio credergli. Sono stata fortunata ad averlo avuto per 21 anni, perché era una persona meravigliosa che ha riempito d’amore la mia vita.”

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