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Eccomi ancora a parlar di alternative. Non lo so, ma non mi rassegno mai (si potrebbe dire che non mi accontento) che le cose siano uguali a come sono. Non mi accomodo mai del tutto e credo che… quasi tutti dovremmo fare così se vogliamo qualcosa di diverso per noi.

Ad ogni modo, l’altro giorno si parlava con il mio amico Francesco che spesso mi sopporta. Lui diceva la sua sull’Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, ed io dicevo la mia.

La mia era ed è che, non condivido l’idea di dover garantire “a priori” il posto di lavoro perché credo che in certe condizioni, come quelle di questi ultimi anni ad esempio, sia davvero difficile anche il ruolo dell’imprenditore, che dovrebbe dare garanzie che nemmeno lui ha. Come poter garantire il lavoro ad altri, se non riesce nemmeno ad essere sicuri che la propria azienda riesca a sopravvivere in quest’epoca di cambiamento economico e dei mercati?

“Al contempo però -dicevo a Francesco- perché noi lavoratori non pensiamo ad evolvere la nostra condizione, la nostra competenza e preparazione, nel momento in cui il lavoro ce lo abbiamo e non solo durante l’emergenza? Questo ci aiuterebbe a trovarci meno male, quando la crisi incombe e la perdita del lavoro “sicuro”, rende più difficile ricollocarsi sul mercato a fare la solita ed identica cosa che magari si è fatta da sempre. Si potrebbe studiare un lingua ad esempio, formarsi all’uso anche minimo di un computer (che non è poi così scontato ancora oggi, benché così necessario per ogni cosa oramai)”.

Francesco è rimasto silenzioso per un po’ e solo dopo un paio d’ore, mi ha richiamato al telefono per darmi una risposta. FATICA, è stata la sua risposta! Dice che l’ho colpito con quel discorso, che l’ho fatto pensare, ma che il problema è che cambiare è faticoso!

Conosco troppo bene Francesco e so che non è un pigro. Credo che nessuno in realtà lo sia del tutto e l’energia potenziale che è diffusa tra tutti noi, la si può vedere ad esempio nella messe di attività legate al volontariato e al tempo libero, che riguardano ogni settore del vivere civile e che si avvalgono per lo più di energie, competenze, saperi della gente comune e non comune. Di gente che, oltre al proprio lavorare quotidiano, si dedica anche ad altre cose, per sé o per altri, spendendo tempo e fatica ed ottenendo anche ottimi risultati. Esprimendo le proprie capacità, che vano ben oltre il proprio sapere professionale di qualunque livello.

Pensare di cambiare la propria condizione fondamentale però, quella per intenderci legata al lavoro che ci da da vivere, incontra maggiori resistenze. Si scontra con la paura di abbandonare le certezze, con l’ansia di non saper fare abbastanza ed il sottile senso d’inadeguatezza e sfiducia, che spesso portiamo dentro di noi. Nella realtà, sono davvero pochi fra noi, quelli che si assumono il rischio di cambiare: finché non ne hanno davvero bisogno!

Cambiare quindi richiede anzitutto IMPEGNO. Si tratta di andarsi a cercare l’opportunità, di muoversi per individuare il settore, le competenze necessarie, la formazione utile a portare a termine il percorso di evoluzione che ci poniamo come obiettivo. Difficilmente qualcuno ci viene a trovare e ci da la nuova “opportunità sicura”. Siamo noi a doverci muovere, mentre ancora facciamo altro, per cercarla; e questo è impegnativo su tanti fronti.

Il cambiamento perciò, non è una cosa che si realizza in un attimo. Autori titolati nel mondo del coaching e dell’economia, suggeriscono un periodo di tempo dai tre ai cinque anni per costruire il proprio cambiamento. Robert Kiyosaki ad esempio, si riferisce a questo tempo, come al periodo in cui fare tutti gli errori necessari per poi avviare davvero la propria nuova attività o inserirsi nel nuovo settore! Cambiare allora richiede COSTANZA e non si può avere un atteggiamento “mordi e fuggi” – “tutto e subito”. Non si sta giocando alla lotteria per vincere facile, ma si lavora per costruire… e i palazzi si sa, non vengono su come funghi!

Se il cambiamento richiede Impegno e Costanza quindi, se una cosa in cui dobbiamo investire rilevanti energie e risorse della nostra vita (tempo, attenzione, formazione, ecc.), necessariamente porterà degli errori e dei momentanei fallimenti; degli imprevisti che rendono ancor più duro il cammino. A nessuno piace cadere vero? Però tutti  abbiamo imparato a camminare: e allora? Com’è possibile questo? Solo perché all’epoca avevamo una forte DETERMINAZIONE e non ci siamo lasciati abbattere dalle prime cadute, ne dalle seconde, ecc. Sapevamo solo di voler arrivare a spostarci su due gambe: le nostre gambe!

Ecco allora spiegata la fatica: IMPEGNO, COSTANZA E DETERMINAZIONE, sono cose mica da niente. A tutti piacerebbe magari una laurea ma… I.C.D. e allora molti mollano pur avendo le capacità per raggiungere l’obiettivo! A tutti piacerebbe un lavoro migliore ma… I.C.D. e allora è più facile parlare di crisi e dare la colpa al mercato: ma io? Io come contrasto quella crisi e quel mercato?

Insomma, che rabbia vedere tante belle persone consumate e imitate dalle loro stesse idee. Dal convincimento che qualcosa di meglio non sia alla loro portata. L’uomo invece potenzialmente non ha limiti…. salvo quelli che si impone credendo siano i suoi.

Voglio quindi concludere con un ricordo di speranza. Un pensiero per un’altra mia amica, Michela, che: lavoratrice dipendente già laureata, nel corso di due periodi di assenza dal lavoro per il congedo di maternità, s’è presa la seconda laurea studiando spesso di notte! Cavolo che modello: I.C.D.!

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